Costume Colloquium: Eccessi e Restrizioni nella moda

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La moda è in fieri, in continuo divenire, non è un concetto statico. Sarebbe un errore considerarla tale. È moda tutto ciò che ci circonda: si manifesta all’interno di un contesto storico-sociale ed è onnipresente.

La moda ci rappresenta come individui, definisce il personale gusto estetico attraverso lo stile e comunica agli altri qualcosa di noi. È il “mood”, uno stato d’animo in quel preciso momento. Siamo liberi di indossare nei limiti e nel pieno rispetto di alcune convenzioni sociali, pena l’esclusione. C’è chi eccede o chi preferisce restare neutro a questi meccanismi omologandosi alla società.

Tuttavia, pensiamo a quanto possa essere meravigliosa la libertà di espressione. Ognuno di noi, in quanto persona, è libera di comunicare qualcosa attraverso i propri indumenti che diventano così una seconda pelle, quella più appariscente e che possiamo cambiare a nostro libito. In realtà, cambia il nostro modo di percepire le situazioni e di rapportarci con gli altri. Proviamo deferenza dinanzi a una toga, a un camice bianco, a una tonaca vescovile, rispetto ad una qualsiasi divisa da lavoro.

Purtroppo oggi la moda si è ridotta esplicitamente ad un potere d’acquisto di beni materiali, ad un marketing mix che punta esclusivamente a vendere, trasformando le creazioni dei fashion designers in prodotti da pubblicizzare.

In passato la moda non era considerata solo “tendenza” ma un qualcosa che potesse veramente stravolgere i canoni anacronistici di una società basata su vincoli e convenzioni, rendendosi protagonista di eccessi o restrizioni. Basti pensare al cambiamento epocale apportato dalla minigonna di Mary Quant.

Eppure sembra che non ci sia più nulla da scardinare, “tutto è stato detto e tutto è stato già realizzato”. Nei secoli passati, è soprattutto il vestiario femminile ad essere oggetto di restrizioni. Il corsetto non era considerato solo un indumento intimo ma aveva una funzione ben specifica, doveva correggere la postura e stringere la vita in modo tale da far apparire la silhouette della donna più esile e alta possibile. Addirittura i primi, venivano realizzati con il ferro, risultando molto dolorosi e scomodi, successivamente vennero sostituiti con stecche di balena e vimini, infilati direttamente in un bustino di tessuto o nella sottoveste. Inoltre, il corpo doveva risultare più coperto possibile ed era buon uso, indossare addirittura dei guanti, per non lasciare in vista le mani.

Pioniera, moderna e anticonformista, fu proprio Coco Chanel, a “liberare” la donna da pizzi, trine, merletti e corsetti, attraverso un abbigliamento rivoluzionario. La celebre stilista francese sosteneva che «la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento». A partire dal 1913 fino ad arrivare al 1930, Chanel portò la lunghezza delle gonne sotto il ginocchio e abbassò il punto vita, promosse l’utilizzo del jersey e dello stile alla marinara, e per finire introdusse l’utilizzo dei pantaloni femminili.

Chanel crea la nuova donna del XX secolo, una donna che afferma la propria femminilità non per contrasto, bensì per paradosso, attraverso la rivisitazione di abiti maschili. Coco Chanel ebbe anche il merito di aver dato un significante contributo al movimento femminile e all’emancipazione della donna.

Ma la moda è anche provocazione, protesta, meritano sicuramente menzione i movimenti animalisti contro le pellicce che arrivarono addirittura ad estreme aggressioni come quella sopraggiunta ad Anna Wintour all’uscita di una sfilata. La direttrice di Vogue America, fu colpita al volto da una torta ma ineccepibile come sempre rispose sorridendo: “Speriamo sia biologica”.

L’eccesso nella moda è stato molte volte sinonimo di “scandalo” e causò diverse restrizioni imponendo talvolta la censura: nel 1917 fece molto discutere uno dei massimi sex symbol di Hollywood, la bellissima Theda Bara, che durante il film “Cleopatra” indossò un prezioso reggiseno gioiello realizzato con serpenti di metallo e pietre. Il primo nudo femminile della storia del cinema con Hedy Lamarr nel film scandalo “Estasi” del 1933 che venne censurato per decenni in tutto il mondo.

L’indimenticabile abito bianco di Marylin Monroe, sollevato audacemente dal passaggio della metro, nel film “Quando la moglie è in vacanza” nel 1955.

Fino ad arrivare all’ultimo Festival di Cannes 2016, con Bella Hadid, che ha indossato sul red carpet un abito molto succinto in satin rosso.

Attualmente sono i Social Media ad amplificare gli “effetti collaterali” della moda svolgendo la funzione di cassa di risonanza. Con lo street style, la parola d’ordine molte volte è proprio “eccedere” per differenziarsi dalla massa e aumentare la visibilità. Era il 2014, durante la London Fashion Week, quando Hannah Ewens, indossò abiti provenienti da una discarica, per prendere in giro il mondo del fashion.

Ovviamente fu una provocazione ma riuscì a dimostrare attraverso questo “esperimento sociale” che il vestiario può essere un mezzo per diventare una vera e propria star del fashion system. È bastato davvero poco per suscitare l’interesse di fotografi e giornalisti internazionali, che ignari di tutto, indicavano in quelle chincaglierie, creazioni di lusso firmate da grandi stilisti.

La moda dunque provoca, fa discutere, rappresenta uno specchio sociale perché riflette il momento. È come una fotografia ingiallita che ci aiuta a percorrere i momenti salienti della nostra storia “Tra Eccessi e Restrizioni”, passando di epoca in epoca. Siamo noi gli attori di questo palcoscenico della vita che a seconda della scena, amiamo indossare costumi diversi in base al ruolo che ci viene chiesto di interpretare. Ma devono esistere anche gli outsiders “gli innovatori” che ci ricorderanno sempre che la moda è un concetto in evoluzione e che saranno sempre pronti a stravolgere quello che è stato per generare quello che sarà.

Per approfondire il tema “Restraint and Excess in Fashion and Dress’”. Quando i diktat della moda condizionano la Storia, dal 17 al 20 novembre 2016 si terrà la V Edizione di Costume Colloquium presso l’Auditorium al Duomo di Firenze (via dei Cerretani 54r), organizzato dalla Fondazione Romualdo Del Bianco, in collaborazione con l’Associazione Amici della Galleria del Costume di Palazzo Pitti. 

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Copyright Alvufashionstyle – Alvuela Franco

 

 

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