Il Castello di Sammezzano: un tesoro d’Oriente in Toscana

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A pochi chilometri da Firenze, culla del Rinascimento italiano, in località Reggello, troviamo un inusuale e originalissimo capolavoro di architettura Orientale: il Castello di Sammezzano.

La residenza, è riuscita nel tempo a mantenere il suo fascino enigmatico, merito indiscusso del personaggio illustre, dalla personalità complessa, che volle edificarla per renderla sua dimora, il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona.

Un sogno diventato realtà, è questo forse il significato intrinseco di una delle tante frasi incise tra stucco e gesso che Ferdinando volle trasmettere ai visitatori del suo magnificente Palazzo “Non plus ultra”, superlativo di bello, in cui l’estetica assurge ad essenza assoluta e ineguagliabile.

Ferdinando Panciatichi, erede di una delle famiglie toscane più eminenti, nacque nel 1813 ed ereditò la villa-castello di Sammezzano alla morte di sua zia Luisa Strozzi avvenuta nel 1826.

Convogliò a nozze nove anni dopo con Giulia De Sainte Seigne, dalla quale ebbe due figli ma il matrimonio non fu dei più felici, nel 1842 Ferdinando scoprì il tradimento della moglie con il visconte Edmondo Tirel e fu ben presto allontanata da casa.

Ferdinando visitò, in compagnia del figlio l’Europa ma non intraprese mai mete orientali, spagnole o portoghesi. Si dedicò, dunque, alla vita politica come deputato, dopo la seconda elezione decise di dimettersi a causa delle ingiustizie e della corruzione che lui indicava come onnipresente nei legislatori del Governo dei complotti. Colpisce di questo personaggio la vena profetica e suggerisce ai visitatori del castello una visione, purtroppo ancora molto attuale.

Conclusa la fase politica nel 1843, Ferdinando decise di trasferirsi nella residenza di Sammezzano per realizzare una villa Orientale in Toscana, forse una mera provocazione al tradizionale stile fiorentino oppure per colmare un vuoto interiore o per concretizzare l’esasperata passione verso l’arte esotica e lodare le sue origini d’Aragona: “Fiero sangue D’Aragona nelle vene a me trascorre”. Ma il vero intento di tale opera non è ancora del tutto chiaro, tuttavia, la villa funge da anello di congiunzione tra due antitetici mondi, Oriente e Occidente e rivela del protagonista una attenta e minuziosa ricerca nei dettagli, tra una variegata policromia caleidoscopica e una perfetta simbiosi di stili: arabo-maghrebino, gotico, indo-persiano, turco-ottomano.

Ferdinando architetto, progettò e rielaborò, con l’ausilio degli artigiani locali, le trame, le cromie, le decorazioni, studiando i documenti e le riviste di un tempo, che aveva acquistato durante i  viaggi in Europa. Spese gran parte del suo patrimonio per poter realizzare un’opera talmente originale e unica nel suo genere, che potesse essere trasmessa ai posteri come un suo Ideale platonico di Bellezza. Ferdinando assurse al ruolo di Demiurgo e plasmò il Castello di Sammezzano, come una bellissima donna, centimetro per centimetro, un mosaico da contemplare e ammirare nel micro e da estasiare nel macro.

 

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La residenza celebra un meraviglioso e squisito gusto personale di orientalismo eccelso. Il sogno di Ferdinando Panciatichi rappresenta un raro esempio di Eden architettonico dei giorni nostri. Il Castello è circondato da un lussureggiante parco di 65 ettari, dal valore botanico inestimabile, in quanto fu lo stesso Ferdinando a progettare la sistemazione scenografica delle variegate specie esotiche insieme a quelle autoctone. Nel verde delle colline toscane si possono ammirare le gigantesche sequoie, le querce, i lecci e la rarissima sughera.

All’inizio degli anni ‘70 del secolo scorso, il Castello di Sammezzano fu trasformato in albergo-ristorante fino al 1990. Alla fine del decennio la proprietà è passata ad una società italo-britannica, la London & Hereford Holding l.t.d, mentre, le visite al castello sono selezionatissime e vengono gestite dal Sammezzano Comitato FPXA, tramite sito internet e pagina Facebook, avvalendosi del contributo di volontari. “Apriti Sesamo”, direbbe il Marchese e appena si varcano le porte, si rimane esterrefatti tra le incantevoli decorazioni interne delle superfici con gli arabeschi, i motivi geometrici e le autentiche trame orientali, in netto contrasto con l’esterno delle vetrate, in cui non vi sono dune e deserti ma il verde idilliaco delle dolci colline toscane.

Suggestive e di impatto le pareti delle scale che conducono alla Sala di Ingresso del Piano Nobile: Il non plus ultra come recita la frase sulle pareti laterali, mentre sul davanti, meravigliosi effetti ottici, vengono ricreati ad hoc dagli specchi, che riflettono ulteriori dettagli della sala. Bellissimi i contrasti policromi che qui vengono riprodotti, tra il blu intenso mediterraneo, il rosso speziato e il verde oasi del deserto.

Il capitello corinzio viene rivisitato totalmente attraverso foglie di palma, eretto sia da colonne cilindriche che rettangolari e dipinto in superficie con i toni del blu e dell’oro. Il giglio di Firenze viene riprodotto reiterate volte in ogni ambiente.

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Entrando nella Sala bianca, la sensazione muta completamente per il raffinato e sofisticato candore delle trine, dei pizzi, dei merletti, degli arabeschi incisi e l’occhio del visitatore diventa asettico mentre lo sguardo attraversa una variopinta moltitudine di nuances, fino ad arrivare all’apparente assenza impalpabile di colori che da protagonisti diventano squisiti dettagli. Il quasi totale bianco gesso rievoca un bellissimo abito couture da sposa ricamato e intarsiato dalle nobili mani artigiane. La cupola ottagonale è di una bellezza incomparabile, sinfonica come un acuto della Callas, intensa come un Nabucco “Va pensiero sull’ali dorate” di Verdi, una poesia nobile e delicata, in cui purezza ed eleganza diventano leitmotiv di tutto l’ambiente circostante, innalzato da 24 altissime colonne.

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Successivamente, dopo aver attraversato l’incantevole e sfavillante Galleria delle stalattiti ornata da superbi stucchi a guglia, si accede ad una delle sale più belle del Castello, un climax empatico indescrivibile: la Sala dei Pavoni. Gli eccezionali virtuosismi cromatici, sembrano aver rubato i colori più brillanti dell’iride, proiettandoli come un prisma su iperboli dal design a ventaglio. Una folgorante tempesta di arcobaleni, di fantasie arabescate declinate in tutte le forme e sfumature cromatiche che rievocano un allure da sogno, un soutache di farfalle dai colori vibranti e vitaminici, un Eden che pulsa di passioni, suggestioni visuali talmente uniche da sconfinare in un inno d’amore alla diversità. Innumerevoli le sensazioni percettive e gli incredibili effetti ottici provocati dalla rifrazione della luce che filtra dalle ampie finestre ricreando ulteriori colorazioni sulla pavimentazione.

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Il Castello di Sammezzano è un invito ad un viaggio interiore all’insegna dell’originalità, della folgorante e ammaliante ostentazione della bellezza, di uno stato di apparente felicità che si consuma nell’ultima sala, la Cappella, in cui viene rappresentata non più la Sostanza ma l’Essenza della vita di un uomo. L’inesorabilità del fato, il sentirsi infinitamente piccoli dinanzi ad un’entità universale così immensa da non poter essere rappresentata in terra da nessun essere ma solo concepita, sublimata, vissuta in un altro mondo. Smarrire la propria via dolcemente in un affascinante dedalo esotico di forme, arte, in un’orgia di colore, per ritrovarsi definitivamente dinanzi ad un essere incommensurabile e unico che può essere celebrato solo nel significato intrinseco che Ferdinando fece scrivere nell’abside dietro l’altare: “Dio è grande”.

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Il Marchese Ferdinando Ximenes d’Aragona, uomo dalla personalità poliedrica e fervido appassionato e fautore della corrente orientalista, ha trascorso gran parte della sua vita e investito la sua ricchezza per lasciare un ricordo di se stesso ai posteri e per dimostrare, forse, che Oriente e Occidente non sono due mondi antitetici ma due modi di percepire la bellezza, sintetizzando il tutto: “ Gli occulti incanti di un fantasco stile a me una fata disvelò benigna or dei pedanti disprezzo la vile turba maligna”.

Sammezzano, oggi, non è solo un semplice castello ma espressione di due culture che dialogano sulla bellezza della diversità e su come l’uomo, da sempre irresponsabile, dimentica facilmente in silenzio, i danni provocati dal tempo, dinanzi ad un’impareggiabile bellezza artistica che tende a scomparire, anno dopo anno, deteriorandosi inesorabilmente.

Visitare Sammezzano è un’esperienza di vita, unica e sui generis, un desiderio espresso che diventa realtà. E’ stato come entrare in una lampada di Aladino, per conoscere Ferdinando Genio, grande e folle, ed è per questo motivo che voglio ringraziare vivamente il Comitato, per aver reso possibile ciò che sembrava impossibile, scoprire il fascino magnetico ed enigmatico di un tesoro d’Oriente in Toscana.

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SITO DEL CASTELLO DI SAMMEZZANO

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