Costume Colloquium IV – Colors in Fashion – Prima parte

Costume Colloquium IV - Colors in Fashion

Costume Colloquium IV – Colors in Fashion

E’ in pieno svolgimento il simposio con i massimi esperti mondiali di moda e storia del costume: Costume Colloquium IV – Colors in Fashion presso l’Auditorium del Duomo di Firenze, in collaborazione con la Fondazione Romualdo del Bianco Amici della Galleria di Palazzo Pitti e Life Beyond Tourism. Una nutrita e ricca meltin pot di livello internazionale, ampiamente documentata, sul tema del Colore: evoluzione e ruolo in epoche e Paesi diversi. Ogni ricerca ha esaminato dettagliatamente una moltitudine di aspetti: storici, filosofici, sociologici, estendendo il campo di ricerca a una moltitudine di altre micro discipline. E’ incredibile l’esilarante ricchezza di aneddoti, conoscenze e curiosità che i presenti hanno potuto fagocitare, interpretare e immagazzinare ampliando il proprio bagaglio culturale.

Interessante la ricerca di Tina Bates che attraverso uno studio approfondito sulle uniformi delle infermiere del General Hospital di Toronto e Montreal, ha evidenziato come esistesse una gerarchia cromatica che identificava una distinzione dei ruoli: blu per le studentesse e bianche e rosa tenue per le esperte. All’inizio il nero predominava, sin dai tempi più antichi infatti, veniva associato ai ranghi più alti delle sfere sociali, solo successivamente, con il consolidamento della professione infermieristica e l’avvento della microbiologia il camice diventa bianco, acquisendo un senso di asetticità.

Piacevole l’intervento di Kevin Jones sulla rivista Play Boy. Non credo che molti fossero a conoscenza di un ordine sociale all’interno di questa inusuale organizzazione. Siamo rimasti affascinati da come Jones ha saputo, in modo, divertente e giocoso, renderci partecipi di questo affascinante mondo di lustrini e di donne poco vestite. Siamo entrati a pieno titolo nei retroscena del Night Club più conosciuto al mondo. Il nome originale di Play Boy era “Festa per soli uomini” e il logo rappresentava un cervo con le corna. Il lettore tipico di Play Boy era un uomo consapevole, sensibile al corpo femminile ed era Hugh Hefner, proprietario della sexy rivista a scegliere di persona le proprie conigliette in base a misure corporee prestabilite. Esisteva un vero e proprio codice deontologico della coniglietta, regole ferree che non permettevano di essere trasgredite in nessun modo, pena l’eliminazione dallo status di coniglietta. Ognuna di loro aveva un body di colore e tessuto diverso che identificava il grado di esperienza. Il nero era infatti il più ambito. Era assolutamente vietato andare con un cliente e i costumi una volta utilizzati per la serata dovevano essere riposti, obbligatoriamente, nel guardaroba per il lavaggio. Non si poteva portare nulla al di fuori del Night Club. Gli unici gioielli consentiti erano i gemelli dei polsini. Trucco capelli e peso andavano controllati periodicamente, calze e scarpe, erano deducibili dalle tasse. Queste regole erano così rigide e inflessibili che molte riviste dell’epoca definirono questi Night Club: “Bordelli senza atto compiuto”.   Avreste mai pensato che dietro Play boy ci fosse un vero e proprio ordinamento e organigramma gerarchico così ben strutturato, quasi militare.

Dall’originale ricerca di Jones si è passati ad un autentico e approfondito studio sull’iconografia medioevale di Olga Vassilieva Codognet. Quali erano i colori più utilizzati? Dalla incredibile ricerca si evince che il rosso, nero, blu, viola araldico, verde e bianco erano i più diffusi. Il giallo era poco utilizzato in quanto associato a malattia e tradimenti. E ancora, Jennifer Daley ci spiega la storia del Blu Navy e della “moda alla marinara”. E’ stato interessante scoprire che questo determinato colore è stato, quasi sempre, associato al potere. Il blu navy deriva tradizionalmente dalla Marina Militare Britannica. Tra il 1700 e il 1800 il marinaio venne considerato un nomade, senza fissa dimora, dal carattere scontroso e rissoso. Successivamente, con il cameratismo e le regole dell’Ammiragliato, l’uniforme divenne sinonimo di lealtà, ordine e giustizia sociale.

Dalla documentata e dettagliata ricerca di Helena Beks siamo riusciti a comprendere il perché della scelta del colore nero per le toghe e gli abiti forensi. La tinta scura identificava caratteristiche di austerità. Ma il nero era anche un “non colore”, come d’altronde lo era il bianco, si evince che l’amministratore di giustizia non dovesse indossare abiti colorati, in quanto l’immagine poteva risultare più facilmente influenzabile, mentre, il monocromatico scuro o chiaro rendeva credibile l’appartenenza ad un alto rango, almeno all’apparenza, super partes.

Continua….

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