Costume Colloquium IV – Colors in Fashion – Primo giorno

Costume Colloquium IV

Costume Colloquium IV

Si è appena conclusa la prima giornata di Costume Colloquium IV: Colors in Fashion la nutrita kermesse fiorentina promossa dalla Fondazione Romualdo Del Bianco, in collaborazione con l’Associazione Amici della Galleria del Costume di Palazzo Pitti, nell’ambito della filosofia Life Beyond Tourism.

L’Auditorium del Duomo di Firenze ha fatto da cornice all’ evento che terminerà il 23 novembre 2014. Quest’anno protagonista il colore, come espressione di potere, analisi del ruolo nella costruzione dell’identità, classificazione e codifica delle tinte.

Un simposio di esperti e relatori internazionali ha esposto in un excursus socio – cronologico le dinamiche e i cambiamenti epocali della cromaticità nella storia del costume.

Ad introdurre i primi studi sul colore, Regina Lee Blaszcyk nota autrice del libro “The Color Revolution”. Il testo indaga sulle metodologie di previsione e proiezione delle tendenze cromatiche durante l’anno e nelle diverse epoche storiche. Come e chi determina il pantone must have della stagione? Esistono Agenzie come WGSN – che analizzano dettagliatamente il mercato, il contesto socio culturale, i gusti dei consumatori, stili di vita, influenze del mondo tecnologico e dei viaggi, per sviluppare e anticipare, precorrere le tendenze cromatiche. Il libro analizza la storia dei documenti per la codificazione dei colori, dalla cartella francese ai giorni nostri, approfondendo lo studio delle tinte nelle arti dello spettacolo e sull’ identità politico sociale.

Susan Kay Williams ha analizzato dettagliatamente  la Cartella dei Colori Corticelli e il nominativo semantico che caratterizza la descrizione del colore: “Da vino a rubino, da verde fiamma di gas a verde bottiglia, dal marrone Bismarck ad Hoffman”. Sono le riviste di moda a correlare il colore alle immagini in bianco e nero, nel tentativo di descriverlo e di rendere l’articolo più appetibile alla massa. Il Magazine Harper’s Bazaar identifica per la prima volta il marrone oro, il verde intenso sirena, il pistacchio, il burro e il celeste cristallo.

Interessante intervento di Charlotte Nicklas esperta di semantica del colore, che ha analizzato la rivista Goldey’s Lady’s Book – Fashion del marzo del 1862.

La Nicklas sottolineva la difficoltà nel descrivere il colore, in quanto eterogenea e molto soggettiva. Fu Matilde Brown nel settembre del 1872 a dichiarare che: “la brillantezza del tessuto e i colori non sono descrivibili a parole” e invita gli stessi lettori ad immaginarli. Iniziò una nuova era in cui il colore venne associato ai luoghi geografici: terra d’Egitto, blu baia di Napoli, verde indiano, grigio yokohama, fumo di Londra, fango di Parigi. Oppure agli eventi quali ad esempio le battaglie di Magenta e Solferino, lacrime di Francia, blu Vittoria.

Jennifer Rice documenta uno studio approfondito della fotografia, delle cartoline vintage e dei primi casi di foto ritocco. Dal bianco e nero degli abiti, alla vivida colorazione a mano, così che il Malva venisse amplificato da pigmenti cromatici rendendolo più brillante. Le foto cartoline erano il modo migliore per trasmettere il colore e la moda.

Anna Buruma ha esaminato la produzione dei colori nella tipografia Liberty. All’inizio degli anni ’20 la Liberty era un negozio di stampa ma solo dopo la crisi del ’29 si espanse inglobando altri dipendenti. Le donne si occupavano di stampa e della tintura con i coloranti per cotone. Come spiegava Anna Buruma, la stabilità del colore era un elemento fondamentale per la stampa, poiché doveva resistere al lavaggio, si evince che non era affatto facile selezionare il colore da stampare su una determinata tipologia di stoffa.

Joy Bivins documenta la prima sfilata Afroamericana del 1958: “Ebony Fashion Fair”. L’evento fashion, a scopo benefico, venne organizzato in un contesto storico culturale difficile. Eunice Johnson curatrice e responsabile è riuscita, non solo a stabilire un contatto diretto con gli stilisti emergenti ma è lei stessa ad aver acquistato nel tempo 7000 capi di moda che venivano fatti sfilare in passerella.

Il concetto più importante di questa sfilata era di dimostrare che le persone di colore potevano indossare tutte le varietà cromatiche presenti, in quanto “Nero è bello”. Il colore diventa espressione di libertà.

Molto interessante anche lo studio sull’indaco di Leif Runefelt che ha esposto la correlazione tra potere e colore blu. Un vero e proprio saggio sociologico attraverso la storia di questa particolare cromia.

Kimberly Christman Campbell ha dettagliatamente presentato uno studio sulla sfilata presidenziale Johnson, un progetto che avrebbe portato a far conoscere l’America e le sue attrattive al mondo. La moda, era infatti un settore trainante dell’economia americana e spesso si realizzavano sfilate a fini benefici. La first lady fece recapitare gli inviti alle donne dell’alta società e la sfilata ebbe come cornice la Casa Bianca. La scenografia prevedeva la proiezione di immagini con le relative attrattive turistiche americane. Fil rouge del parterre, dei tavoli e degli elementi tipicamente patriottici, i colori della bandiera: bianco, blu e rosso.

Kimberly Wahl ha analizzato il bianco attraverso le battaglie per i diritti delle donne delle suffragette. Infatti, sin dal ‘900 la tinta chiara divenne un’icona per il movimento. Il bianco era rappresentativo della differenza di genere e di classe. Il bianco puro, diventa sinonimo di uguaglianza.

 Lauren Whtley ha esposto l’enorme rilevanza della moda psichedelica per il colore, sinonimo di ribellione e disobbedienza delle regole e strettamente legata all’uso delle droghe e degli acidi, LSD e trip. La percezione dei colori cambia e si amplifica, divenendo così accesi fino a raggiungere un effetto incandescente e fluo. Anche gli aspetti tattili divenivano marcatamente sensoriali con l’uso dei velluti rispetto a quelli tradizionali. Nel 1968 è Biba a sfidare i gusti e rivaluta i colori reali quelli più polverosi che si svecchiano per essere rivisitati in chiave più moderna.

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